TESTIMONIANZE
Caporale Daniel McConnel, Ospedale del campo di Heilbronn:
“Dopo un giro di ispezione, ho capito che il “forno n°4” era un’ospedale solo di nome. Non venivano rispettate nè erano applicabili le norme di pulizia più elementari. Non erano disponibili né detergenti, né disinfettanti, per non parlare di forniture mediche e chirurgiche. […] Il puzzo era insopportabile […] le operazioni venivano eseguite senza anestesia. […] Di notte si sentiva lo schiamazzo di una mitragliatrice o lo scoppio di un fucile, quando un POW si lanciava contro il filo spinato per scappare.” (15)
Anton Pfarrer di Pierrefonds, nel Quebec, che aveva 16 anni quando fu arrestato e imprigionato a Heilbronn, scrive:
“Riesco a ricordare quasi ogni giorno di quella sofferenza, ma io sono tornato, mentre tante altre migliaia di persone non ce l’hanno fatta. Nella mia gabbia (A1) erano rinchiusi 3000 uomini a maggio, ma alla fine di agosto erano rimasti soltanto in 1500 a rispondere all’appello. Erano morti tutti.”(16)
Paul Schmitt nel campo di Bretzenheim fu colpito a morte dopo essersi avvicinato al filo spinato per vedere sua moglie e suo figlio, che gli stavano portando del cibo.
Il dott. Helmut Von Frizberg vide una guardia americana al campo di Remagen colpire a morte un prigioniero tedesco perché aveva parlato con la moglie attraverso il filo spinato (17).
La signora Agnes Spira venne colpita dalle guardie francesi a Dietersheim nel luglio del 1945, per aver portato cibo ai prigionieri. Sulla sua lapide, nei pressi di Bundesheim si legge: “il 31 luglio 1945 mia madre fu improvvisamente e inaspettatamente strappata a me a causa del suo gesto di bontà verso i soldati imprigionati”.
Nel campo di Bad Kreuznach, William Sellner di Oakville, nell’Ontario, vide alcuni civili gettare cibo oltre al filo spinato mentre le guardie guardavano con indifferenza. La notte le guardie spararono a casaccio con le mitragliatrici nel campo. Ernst Richard Prische, di Bad Kreuznach, scrisse nel suo diario al 4 maggio: “spari selvaggi durante la notte, veri e propri fuochi d’artificio. Dev’essere la presunta pace. Il giono seguente 40 morti vittime dei fuochi d’artificio solo nella nostra gabbia, molti feriti.”
Colonnelli dell’esercito americano James B.Mason e Charles H.Beasley, campi lungo il reno:
“Il 20 aprile era un giorno tempestoso, con piogge che si alternavano a nevischio e neve e vento gelato che spazzava la valle del reno, scendendo da nord verso la pianura dove si trovava il campo.
Stretti l’uno all’altro per riscaldarsi, dietro il filo spinato, terribile a vedersi, c’erano circa 100'000 uomini smunti, apatici, sporchi, macilenti, con lo sguardo perso nel vuoto, vestiti di sporche uniformi grigie da campo, ritti in piedi nel fango fino alle caviglie. Qua e là apparivano delle macchie biancastre, che viste più da vicino, si rivelavano uomini con le teste o le braccia bendate, in maniche di camicia.Il comandante di divisione tedesco riferì che gli uomini non mangiavano da almeno due giorni, e che il rifornimento d’acqua era un grande problema. Eppure, a sole 200 yarde scorreva il Reno, colmo fino agli argini.” (18)
La vista all’interno dei campi sul Reno era ancora peggiore, nell’aprile del ’45 furono catturati centinaia di migliaia di soldati tedeschi assieme a civili, ausiliarie, malati e amputati tolti dagli ospedali. Un prigioniero di Rheinberg aveva ottanta anni, un altro, un bambino, nove. La fame e la sete straziante erano i loro compagni, e morivano di dissenteria. Nudi sotto il cielo giorno dopo giorno, notte dopo notte, giacevano disperati sulla sabbia di Rheinberg o morivano di stenti nelle loro buche che sotto la pioggia franavano seppellendoli. (19)
Charles Von Luttichau:
“[…] Negli altri giorni ricevevamo una razione K ridotta. Potevo vedere dalla confezione che ci consegnavano un decimo della razione che davano ai loro soldati. Così alla fine, ricevevamo, forse, il 5% di una razione americana normale. Protestai con il comandante americano del campo perché stava violando la convenzione di Ginevra, ma egli disse soltanto: dimenticatevi la convenzione, perché non avete alcun diritto.” (20)
Un sergente cinquantenne, laureato in filosofia, tenne un diario, scrivendo su carta igenica, a Rheinberg. (21) Scrisse:
“Rheinberg 20 maggio 1945, settimana di pentecoste: per quanto tempo ancora resteremo senza riparo, senza coperte o tende? Una volta, ogni soldato tedesco poteva ripararsi dal maltempo. Anche un cane ha il suo canile dove infilarsi quando piove. Dopo sei settimane vogliamo soltanto avere un tetto sopra la testa. Anche i selvaggi stanno meglio di noi.”
Wolfgang Iff nel campo di Rheinberg disse che nella sua sezione di circa 10'000 persone venivano trascinati fuori dai 30 ai 40 cadaveri al giorno. (22) Facendo parte della squadra addetta ai seppellimenti, Iff era ben piazzato per vedere quanto succedeva. Riceveva vitto extra per aiutare a trascinare i morti dal recinto alla porta del campo, dove venivano caricati su cariole e portati in grandi baracche di lamiera. Qui Iff e la sua squadra li spogliavano dei vestiti, spezzavano a metà le piastrine d’alluminio, li ammassavano in mucchi di 15 o 20, vi gettavano sopra 10 palate di calce viva, ammassando quindi altri strati fino all’altezza di un metro. Mettevano quindi gli oggetti personali dei morti in un sacco per gli americani e se ne andavano. Vi erano morti per cancrena a seguito dei congelamenti sofferti nelle fredde notti d’aprile. Una dozzina circa d’altri, compreso un ragazzo di 14 anni, troppo debole per tenersi in equilibrio sui tronchi gettati attraverso i fossi come latrine, vi erano caduti annegando. Il sudiciume veniva lasciato su di loro così come erano stati ripescati. A volte morirono 200 uomini in un solo giorno. In altri recinti di dimensioni simili, Iff vide morire da 60 a 70 uomini al giorno. (23)
Capitano Julien, esercito francese, Troisième Regiment de Tirailleurs Algeriens:
”E’ proprio come a Buchenwald e Dachau” (24) Egli non aveva mai pensato a una vendetta simile, il terreno fangoso era popolato da “scheletri viventi” , alcuni morivano mentre li guardava, altri nascosti sotto pezzi di cartone. Donne, che giacevano nelle loro buche con le pance gonfiate dall’edema della fame in una grottesca parodia di gravidanza, lo fissavano con occhi sbarrati. Deboli vecchi con lunghi capelli grigi e bambini di sei o sette anni lo guardavano con gli occhi cerchiati e senza vita per la fame. Julien a stento sapeva da che parte cominciare. Nel campo di 32'000 persone a Dietersheim egli non potè trovare viveri di scorta. I due medici tedeschi dell’ospedale”, Kurth e Geck, stavano tentando di curare i tanti pazienti morenti stesi su sporche coperte sul terreno, sotto il caldo cielo di luglio. (25)
Heinz T. prigioniero a Bad Kreuznach, 18 anni.
“[…] Capimmo perché eravamo stati consegnati ai francesi. Avevano grossi problemi con la guerra in Indocina e in Algeria e volevano rinforzare la loro Legione Straniera. Tra di noi si erano infiltrati agenti tedeschi che lavoravano per i francesi arruolando soldati. I soldati che si arruolarono nella Legione Straniera furono messi in un campo vicino, dove potevamo vederli, e in un paio di settimane, erano ben nutriti e sembravano più forti, mentre noi diventavamo deboli, sempre di più.
Il cibo era così scarso che la gente era costantemente ammalata, gli ammalati venivano portati all’ospedale. Quelli che venivano portati all’ospedale non li vedevamo mai più. Non vedemmo mai la croce rossa, né venne qualcuno a ispezionarci, fino a due anni più tardi, quando ci portarono delle coperte. Quella fu la prima volta che vennero e fu nel 1947.”
Caporale Helmut Liebich, POW, campo di Rheinberg:
“Non c’erano tende nel campo DEF , ma solo filo spinato attorno a un terreno di fango. Il primo giorno ricevemmo una scarsa razione di cibo, che poi fu ridotta della metà. Per riceverla eravamo costratti a passare le “forche caudine”, correndo ricurvi tra due file di guardie che ci picchiavano con dei bastoni mentre passavamo. Il 27 aprile fummo trasferiti in un campo americano a Heidesheim, più a ovest, dove non ci fu cibo per niente, per alcuni giorni, poi molto poco. Esposti alle intemperie, affamati e assetati, iniziammo a morire. Una notte di pioggia le sponde di una buca scavata nella terra sabbiosa franarono su gli uomini […] soffocarono prima che gli aiuti degli altri potessero raggiungerli. Potevo a stento credere che gli uomini potessero essere tanto crudeli verso i propri simili. Vidi dai 10 ai 30 cadaveri al giorno trascinati fuori dalla sezione B, che conteneva in principio 5200 uomini. Vidi un prigioniero picchiarne un altro a morte per un piccolo pezzo di pane.
Verso i primi di maggio scoppiò il tifo […].”
Colloquio tra un interrogante dell’esercito statunitense e il dott. Konrad Adenauer, in seguito divenuto cancelliere della Germania.
“Alcuni POW tedeschi vengono trattenuti in campi con modalità contrarie a qualsiasi principio umanitario e palesemente contrarie alla convenzione di Ginevra. Lungo tutto il Reno, da Remagen-Sinzig a Ludwigshafen, i prigionieri tedeschi sono stati rinchiusi per settimane senza alcuna protezione dalle intemperie, senza acqua potabile, senza cure mediche e con solo poche fette di pane da mangiare. Non potevano neanche distendersi sulla terra. Erano molte centinaia di migliaia. Dicono che la cosa valga anche per l’intero della Germania. Queste persone morirono a migliaia, stavano in piedi giorno e notte con l’acqua alle caviglie.[…]”
Paul Kaps, soldato tedesco, campo di Bad Kreuznach:
“Al nostro arrivo al campo, gli americani ci avevano tolto tutti i lasciapassare gli altri documenti personali. Ci dividemmo in circoli e ci dicemmo l’un l’altro il nostro cognome , nome, reparto, casella di posta militare, e indirizzo di casa. Ci interrogavamo continuamente l’un l’altro per capire almeno in quella piccola cerchia chi non avesse superato la nottata. Nella nostra gabbia c’erano circa 10'000 POW e civili. Peggio di noi erano messi quelli che gli americani aveva fatto trasferire dagli ospedali […]. Soldati cui era stata da poco amputata una gamba, e adesso giacevano impotenti nel fango senza stampelle o si spostavano strisciando sulla pancia, camerati ciechi, con la testa avvolta ancora in un turbante di bende, che erano stati condotti lì per mano […]. Nella gabbia 9 si trovava il più giovane di 14 anni e il più anziano di 76. Cosa ci faceva lì?
In una sola notte, l’8 maggio del 1945, 48 prigionieri vennero uccisi a colpi d’arma da fuoco nella gabbia 9.” (26)
Ufficiale statunitense anonimo, Chemnitz, primavera 1945:
In molti campi statunitensi esistevano settori riservati alle donne, molte erano accompagnate da bambini piccoli. Ad Attichy, la cosiddetta “gabbia dei bambini” ne conteneva 10'000 alla volta, mandati lì su camion e treni in durissime condizioni.
Nei campi lungo il Reno, tra il 1° maggio e il 15 giugno, gli ufficiali del corpo medico registrarono un’orribile percentuale di morte, 80 volte più alta di qualunque altra mai osservata in vita loro.Con efficienza sommarono le cause di morte: tante per dissenteria, tante per febbre tifoide (la stessa che tra il ’42 e il ’43 sterminò centinaia di prigionieri al giorno nel campo di Aushwitz), tetano, setticemia, tutte a percentuali inaudite sin dal medioevo. La stessa terminologia medica era stravolta dalla catastrofe di cui erano testimoni: venivano registrate morti per “deperimento” ed “esaurimento”. Come dimostra l’ispezione condotta dai medici, altre importanti cause di morte erano quelle direttamente legate alla mancanza di assistenza sanitaria, al sovraffollamento e al congelamento.(27)
La mortalità nel campo di Bretzenheim, secondo il rapporto Buchal era del 43% l’anno. Dal campo uscivano tra i 120 e i 180 corpi al giorno. (28)